Torna all'Home Page La storia di Anoia
I Ruffo di Sinopoli-Scilla

di Giovanni Quaranta

 

Stemma dei Ruffo di Sinopoli-Scilla

Per arrivare all'acquisto di Anoia da parte dei Ruffo di Sinopoli-Scilla bisogna partire da alcune premesse.
Il conte Paolo Ruffo, impegnato in una politica atta a costituire uno tra i più grandi patrimoni feudali dell’Italia meridionale, incominciò a intraprendere numerosi rapporti economici che attraverso prestiti ed operazioni finanziarie varie lo portarono a rafforzare quelli che erano i suoi possedimenti.
Di questi rapporti economico-finanziari ci interessa qui ricordare quelli intercorsi con Ettore Pignatelli, duca di Monteleone, e con lo zio Marino Correale, barone di Cinquefrondi.
Il conte Ruffo aveva concesso nel maggio 1531 un prestito al Pignatelli il quale si impegnò a corrispondergli degli interessi pari al 10 per cento.
Successivamente Paolo Ruffo concluse un'altra importante operazione finanziaria con lo zio Marino Correale, dal quale comprò un fondo che concesse in fitto allo stesso chiedendone un canone di 100 ducati annui (pari ad un interesse del 10 per cento). Lo zio non fu in grado di onorare i suoi impegni ed allora, il conte Ruffo, nel febbraio del 1548, ne approfittò per entrare in possesso del suo suffeudo rustico di Morbogallico. Questa operazione fu resa possibile anche grazie all'assenso del Pignatelli - che di Morbogallico ne aveva il dominio eminente - al quale il Ruffo, oltre ai buoni rapporti economici intercorsi, aveva riconosciuto i diritti di possesso sulla contea di Borrello per lungo tempo contesi tra le due famiglie.
Fu così che i Ruffo incominciarono la scalata per il possesso di Anoia.
Il conte Paolo Ruffo, sempre determinato ad ampliare i suoi possedimenti, e per sopperire alla perdita della contea di Borrello, si adoperò con l'appoggio dell'influente duca di Monteleone, per comprare la baronia di Anoia cosa che gli riuscì nel maggio del 1548 quando per 26.000 ducati  acquistò l'intero feudo da Carlo Caracciolo d'Aragona.
Il Caracciolo non aveva figli. In seguito alla sua successione al fratello Antonio aveva necessità di corrispondere alla cognata vedova oltre 25.000 ducati per capitale ed interessi della dote e del dotario garantiti sui beni del marito defunto.
Fu così che, come già detto, nel maggio 1548 - ricevendo il Regio Assenso alla vendita il 2 ottobre dello stesso anno - vende a Paolo Ruffo, sesto conte di Sinopoli,  la “terra” di Anoia con i suoi casali e le seconde cause, la bagliva e la mastrodattia. Per ulteriori 500 ducati Carlo Caracciolo d’Aragona vende a Paolo Ruffo il diritto di ricompra del feudo di Arachi (Aracri n.d.r.) da esercitare su Loise Ramirez di Terranova che così poteva essere reintegrato nella baronia di Anoia.
Le seconde cause civili, criminali e miste, portulania e zecca di Anoia furono acquistati dalla Regia Corte con R. Assenso del 6 maggio 1556.
Per le sue importanti attività finanziarie il conte Ruffo aveva bisogno di ingenti capitali e fu per questi motivi che intrecciò dei rapporti d'affari con dei finanziatori genovesi. In questo contesto si inquadra l'operazione che portò il Ruffo a contrarre un mutuo di 8000 ducati con tale Paride Lomellino, al quale concesse in garanzia la vendita con patto di ricompra della baronia di Anoia. Il conte Ruffo si impegnò a versare al Lomellino 800 ducati annui sotto forma di affitto della baronia di Anoia, cosa che regolarmente fece e, nel luglio del 1557, avendo estinto il suo debito procedette al riacquisto di Anoia.
Nel 1561 il conte Paolo, fa refuta dei suoi beni al figlio Fabrizio, settimo conte di Sinopoli e poi dal 1578 primo principe di Scilla.               
Tutto ciò fu reso necessario per far sì che con l’assunzione del titolo comitale, Fabrizio succedesse al padre alla guida della famiglia e così facendo rafforzasse la sua posizione permettendo di concludere le trattative - condotte dal conte Paolo - per le sue nozze con Ippolita di Gennaro, figlia ereditiera di Annibale (conte di Nicotera) e Tommasina d’Afflitto.
Con tale unione, i Ruffo si impadronirono della contea di Nicotera, del fondo di Ravello e della gabella di S. Spirito e delle Gradelle di Napoli sui cui gravavano pesanti debiti contratti dal di Gennaro.
Erede di Fabrizio (morto nel febbraio 1587) è la figlia Maria, principessa di Scilla, che ne risulta intestataria il 16 marzo 1588.
Nel 1590 sposa il cugino Vincenzo Ruffo, per volere del padre, al fine di evitare l’estinzione della famiglia.
Rimasta vedova, Maria si risposa con Tiberio Carafa, principe di Bisignano, al quale recò in dote 100 mila ducati, somma che contribuì al dissesto del patrimonio della stessa.
Al debito della dote da corrispondere alla sorella Margherita si andarono ad aggiungere le spettanze per le doti della figlia primogenita Giovanna e dell’altra Imara.
L’insolvenza di Maria portò all’alienazione di Fiumara di Muro in favore della figlia Imara e del di lei marito Francesco Ruffo, duca di Bagnara, che passa quindi ad altro ramo della casata; ed alla perdita della contea di Nicotera in favore del principe della Riccia, marito di Margherita, il quale ne entrò in possesso a garanzia del credito vantato sulla dote della moglie fino al riscatto da parte dei Ruffo che avverrà nel 1763.
In tale contesto, Maria vende la baronia di Anoia alla figlia Giovanna per 60.600 ducati, con Regio Assenso del 21 gennaio 1623.
Rimasta vedova nel 1632 del cugino Francesco Vincenzo, al quale successe nel marchesato di Licodia e nel principato di Palazzolo (in Sicilia) per conto del figlio primogenito Fabrizio, si risposa due anni dopo - già madre di 6 figli: Fabrizio, Francesco Maria, Tiberio, Maria, Camilla e Margherita - con Francesco Maria Carafa, duca di Nocera.
Giovanna si impegnava a corrispondere al Carafa 7200 ducati annui garantiti dalla vendita della neve, dalle entrate della baronia di Anoia e da un credito di 70 mila ducati da lei vantato sul patrimonio dei Colonna per l’affitto di Anoia. Tali debiti si andarono a sommare a quelli contratti con la sorella Imara, col cognato Francesco e con altri parenti del ramo di Bagnara creando una tale situazione da indurre il Sacro Regio Consiglio a porre sotto sequesto nel 1638 gli stati siciliani di Licodia e Palazzolo e successivamente gran parte dei suoi feudi calabresi.

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