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Quando
un bambino felice è promessa
del cinema di domani: Marlon Brando,
e la ricerca di amore, al di là dei traumi |
Un
ritratto sfaccettato di un leggendario attore,
senza ipocrisie, alla luce delle teorie freudiane |
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di Annalisa Pontieri
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Cosa c’è dietro
un’icona del cinema? Dietro lo sguardo e il sorriso
immortalati sulle pellicole degli anni Cinquanta? Dietro la
facciata rude de Il selvaggio Johnny?
Se ne è scritto molto, ma sarà mai abbastanza per tentare di
delineare un profilo tanto sfuggente, quanto ormai scomparso
nelle spire della caducità umana?
Probabilmente no e nessuno rinuncerà a dire la sua.
Certamente non si può tacere della lettura – alla luce delle
lezioni freudiane, e tutt’al più che ricorre proprio
quest’anno il centocinquantesimo anniversario dalla nascita
del grande Sigmund – effettuata da Eva Gerace, psicologa
esperta in psicanalisi formatasi in Argentina e scrittrice, nel
suo Marlon Brando. Quando il desiderio si fa uomo, a cura
di Daniela Pellicanò (Città del Sole Edizioni, pp. 72, €
8,00).
Quello che l’autrice ama definire un «saggio senza preavviso»,
in origine era una relazione dal titolo Il cibo è stato
sempre un buon amico tesa a dimostrare le origini psichiche
della bulimia, ed evolutosi poi in saggio alla ricerca del caso
“clinico” nel mito e nella leggenda del cinema. Supporti
irrinunciabili tutte le biografie autorizzate e non.
I diversi aspetti del percorso psichico dell’uomo Brando sono
sintetizzati dalla Gerace anche attraverso i titoli dei numerosi
film interpretati dall’attore, sottolineando maggiormente la
relazione da vasi comunicanti delle due identità
dell’artista. Per esempio L’ammutinamento del Bounty
allude alla sua natura vandalica, che decise i genitori a farlo
raddrizzare in una scuola militare da cui poi fu cacciato per
averne rubato la campana. Il selvaggio allude alla sua
ricerca e alla scoperta di una libertà senza limiti, alla lunga
anche devastante e Superman alla sua fortuna con le donne
ma anche al disordine affettivo, tanto da fargli confessare a un
biografo: «Io sono solo una puttana che ha lavorato sul
marciapiede di fronte». La Gerace rincara la dose con un
interrogativo lapidario: «ancora non sa a cosa serve un
marciapiede e qual è il suo?»
Essere gli altri
Parafrasando Jorge Luis Borges, l’autrice ricorda nella Prefazione
che «siamo tutto il nostro passato, il nostro sangue, la gente
che abbiamo visto morire, i libri che ci hanno migliorato, in
una parola… siamo piacevolmente gli altri.»
Sulle orme di Freud, così si ricerca il nesso tra la storia di
un soggetto e il sintomo. Così il mito Brando si riscontra nel
difficile rapporto col padre, commesso viaggiatore fallito,
nella madre alcolizzata, attrice e fondatrice di una compagnia
di teatro sperimentale, che scoprì Henry Fonda e che rinunciò
alla carriera per sposarsi.
Il senso dell’abbandono incombe sempre sulla sua vita: al
primo, quello della madre a favore della bottiglia, segue quello
di Ermi, la governante diciottenne, a cui è legato il ricordo
d’infanzia più dolce per il piccolo ma anche la prima
delusione, quando ella lo abbandona per sposarsi.
Quindi il borgesiano “essere gli altri” significa per Brando
soffrire per gli altri, tanto che fa specie pensare che l’uomo
forte e virile ha continuato ad avere debolezze infantili, quali
ad esempio il suo attaccamento all’oggetto-cuscino, diventato
– per il bambino prima e per l’adulto dopo – «un
talismano infantile»: abbracciato ad esso dormiva in ore e
luoghi insoliti.
La patologia si manifesta anni dopo, quando per sopportare la
perdita della madre, il cui ricordo più bello era legato ad un
pomeriggio passato accoccolato accanto a lei, in ospedale prende
un ciuffo dei suoi capelli e il suo cuscino.
Il mangiare e il bere
Due azioni che per l’uomo comune sono di sussistenza assumono
per Brando sembianze tragiche.
L’azione del bere si associa alla dipendenza dalla bottiglia
di entrambi i genitori. E stranamente il binomio bere/amare non
si scioglie neanche in età adulta: è in seguito ad
un’ubriacatura che perde la verginità con una donna più
grande di dieci o quindici anni. L’alcool è sempre causa di
privazione dei suoi oggetti d’amore, come la madre e il
migliore amico Wally Cox. Un destino segnato.
L’azione del mangiare si lega invece ad un tentativo di
ritrovare la madre, perché ricorda che quando era piccolo e
tornava da scuola, trovava ad accoglierlo non lei ma i piatti
impilati nel lavello. Si ritrovava solo, apriva il frigorifero e
si incontrava con una torta di mele che lo seduceva. Così «Il
cibo è stato sempre un buon amico», d’accordo quasi con
Guillame Apollinaire: «Colui che mangia non è solo».
Ecco come si spiega la sua passione per i gelati e gli attacchi
notturni in cui ingurgitava hamburger. Non era grasso per
costituzione ma per gola, perché mangiava; eppure prima di
girare un film, riusciva a perdere con una ferrea dieta quindici
chili. Il suo problema non era fare dieta e ginnastica, ma
ammettere che il cibo fosse un piacere e quasi un mezzo per
amare.
Non avendo mai smesso di esserlo, del fascino rude e dolce con
l’andare degli anni ne restò solo l’ombra, fino a pesare
160 Kg. Impietosamente i giornali scandalistici fecero a gara
nel pubblicare le foto più recenti, mettendolo spietatamente a
confronto con le immagini dei tempi d’oro.
Disordine e successo
Il disordine domina ed indirizza la sua vita perché, spiega la
Gerace, «Nessuno gli dice cosa si può fare e cosa no […]
ancora non sa a cosa serve un marciapiede e qual è il suo?»
Così passa da un “amorazzo” ad un altro senza soffermarsi,
fa quello che gli piace e non gli importa se è giusto o meno. E
la sua autostima passa anche attraverso un vivere senza regole e
fuori dalle regole, questo perché soprattutto il padre non
l’ha mai incoraggiato e l’ha sempre fatto sentire un buono a
nulla, tanto che quando la famiglia gli riconosce di saper
recitare, Brando acciuffa quel “tram chiamato desiderio”,
riuscendo con tanta fatica e forza di volontà a superare anche
la dislessia da cui è affetto sin da bambino. Così racconta la
Gerace: «Quando iniziò a lavorare nel cinema inventò trucchi
per imparare a parlare, pensava a come accomodare la lingua per
non balbettare. Da qui nacque quel modo singolare di parlare,
pausato, che tanto lo ha caratterizzato. È stato il risultato
del suo sforzo per dissimulare la sua ecolalia».
Ecco quindi l’uomo con le sue debolezze arretrare per far
posto all’attore che presta il suo corpo, la sua voce, il suo
sguardo magnetico a personaggi immortali e certo meno
problematici del loro alter ego.
(direfarescrivere, anno II, n. 5, giugno 2006)
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